Memoria 2 Kōji Hosokawa

Educare le future generazioni che possono tramandare l’esperienza della bomba atomica. “Hiroshima”, da considerare come propria.

koji-hosokawa Kōji Hosokawa

Kōji Hosokawa. Nato a Hiroshima nel 1928. Lavora come guida turistica volontaria presso l’Hiroshima Peace Memorial Museum.

Kōji Hosokawa faceva parte dei cosiddetti “Giovani in un paese militare”, ha lavorato anche in un cantiere navale della marina militare.
Perse la sorella minore a causa della bomba atomica, assistette a scenari spaventosi dal centro dell’esplosione e ancora oggi una spina profondamente conficcata nel suo cuore non lo abbandona.
Attualmente, lavora come guida volontaria all’Hiroshima Peace Memorial Museum e racconta la sua esperienza in modo attivo, partecipando ad esempio al progetto educativo della città di Hiroshima che tramanda l’esperienza legata alla bomba atomica.
L’idea è quella di crescere persone che mettono l’anima nel riportare questi racconti.
Ho ascoltato il racconto del signor Hosokawa che aspira a far considerare Hiroshima come un fatto che riguarda tutti.

Un giovane militante che costruisce le componenti delle navi in un cantiere navale della marina militare

Quando ha sentito il titolo “Memorie di guerra”, che tipo di pensieri le sono affiorati nella mente a primo impatto?

Non sono buoni ricordi. Quando ero piccolo sono stato assorbito dalla guerra, in un certo senso sono anche io un giovane militare.

 

Fino a che punto era consapevole di esserlo, signor Hosokawa? Si sentiva fuori luogo, oppure a causa delle circostanze ha accettato con naturalezza la guerra?

Pur essendo un giovane militante, non avevo intenzione di andare in guerra di mia volontà. In più, Hiroshima era la città militare per antonomasia, quindi molti soldati venivano mandati da lì al fronte. Quelle persone non sono più tornate a casa.

Il mio ricordo più buio è di quando ero uno studente impiegato nei lavori pesanti. Prestavo servizio sin dal mattino. Il primo posto dove mi hanno mandato era un cantiere navale della marina militare. Avevo circa 16 anni, avevo ricevuto un addestramento speciale e avevo l’abilitazione per praticare la saldatura ad arco. Così, costruivo le componenti delle navi.

Credo fosse appena iniziato il 1945, la Yamato aveva bisogno di manutenzione prima dell’ultimo scontro e quando è rientrata al molo ebbi l’occasione di osservarla da vicino. Ricordo che la possibilità di studiarla nel dettaglio fino allo scafo mi tolse il fiato. Non credo ci siano molte persone ancora in vita in Giappone che l’abbiano vista così da vicino. La Yamato sarebbe salpata per Okinawa all’inizio di aprile, per poi essere bombardata dall’aviazione statunitense e affondare tristemente.

In quel periodo aleggiava un’atmosfera tesa, perché presto sarebbe iniziato l’attacco decisivo sulla terraferma. L’ipotesi era che l’esercito americano sarebbe sbarcato nel Kyūshū. Ho sentito dire che la prima fase delle operazioni di sbarco sull’arcipelago giapponese da parte delle forze statunitensi si chiamava “Operazione Olympic”.

Così, fu deciso di costruire in fretta una base per le comunicazioni sulle montagne di Fukuoka e io che all’epoca lavoravo presso l’Ufficio Telecomunicazioni di Hiroshima fui mandato a lavorare all’installazione dei cavi. All’epoca, i raid aerei nel Kyūshū erano molti, così ogni giorno eravamo terrorizzati da essi. A fine luglio, esausto, tornai a casa a Hiroshima.

Pochi giorni dopo il mio ritorno avrebbero lanciato la bomba atomica su Hiroshima, ma naturalmente noi non ne avevamo idea. Il 6 agosto era il mio primo giorno di lavoro dopo tanto tempo. Avevo una sorellina adorabile; ma quel giorno lei uscì di casa dicendo “Io vado, a dopo!” senza tornare mai più (Yōko Morisaki aveva 13 anni, ed era al primo anno della scuola superiore femminile prefetturale di Hiroshima).

 

“Avrei dovuto dargli da bere dell’acqua”: una spina ancora conficcata nel suo cuore.

Quando faccio delle interviste su questo argomento, sento spesso dire “C’è stata una luce abbagliante, poi ho subito perso conoscenza”. Lei, signor Hosokawa, cosa ha provato?

Se ora esplodesse una bomba atomica, tutto nel raggio di 1,3 chilometri dal punto d’impatto diverrebbe spazzatura: questo tavolo, i nostri averi, le persone, tutto. Qualsiasi cosa salterebbe in aria in un miscuglio di robe, sbattuto con violenza in ogni angolo della stanza. Ogni entità sarebbe colpita.

Dopo l’esplosione, in qualche modo riuscivo a muovermi con le mie forze, così sono andato subito verso l’ospedale più vicino. Lì nei pressi c’era l’Hiroshima Teishin Hospital.

Quando sono arrivato lì, c’erano già moltissime persone. Oltretutto, anche medici e infermieri erano feriti, le apparecchiature mediche erano distrutte e le medicine erano tutte sparpagliate. Tutte le caratteristiche dell’ospedale erano scomparse.

La mia testa mi diceva “Devi allontanarti il prima possibile dalle zone più densamente popolate”, così mi sono allontanato.

Come sapete, a Hiroshima ci sono molti fiumi. Ero a circa 400-500 metri dal fiume Kyōbashi, così decisi di andarci a piedi. La città che avevo davanti agli occhi mentre camminavo aveva gli edifici rasi al suolo. La bomba atomica esplose circa 600 metri sopra l’attuale Memoriale della pace di Hiroshima. È stata la pressione del vento, no? Come schiacciare una scatola di fiammiferi con la mano, dall’alto al basso.

Tutti coloro che erano dentro agli edifici sono stati distrutti senza sapere cosa fosse successo. Mentre camminavamo, molte persone hanno avvertito la nostra presenza e ci hanno chiesto aiuto. Ricordo che sentivo voci chiamarmi da ogni direzione. Ma non potevo aiutarli. Non sapevamo dove fossero, e non avevamo nemmeno molta voglia di farlo.

Giunti al fiume, ho scoperto che gli studenti del primo anno della scuola media Sōtoku (una scuola buddhista maschile di Hiroshima), che erano stati impegnati nel lavoro di rimozione degli edifici (ossia la demolizione di edifici in una zona colpita, con lo scopo di evitare che in strutture importanti si diffondano gli incendi causati dai raid aerei) a Hatchobori, erano fuggiti dopo essere stati esposti alle radiazioni.

Ricordo ancora bene che uno degli studenti, gravemente ustionato, mi chiese di dargli da bere dell’acqua. Ma non gliel’ho data. Mi era stato insegnato che se si dava acqua a una persona con gravi ustioni questa sarebbe morta, e così non gliel’ho data.

In quelle condizioni, non potevano ricevere acqua… Tutti quelli che erano scappati verso il fiume sono morti lì. Dopotutto sarebbero morti comunque, avrei fatto meglio a dargli da bere prima. Questa esperienza mi ha segnato, si è conficcata in me come una spina. La sento ancora qui, nel mio cuore…mi dispiace tanto.

Da allora, non ho mai più preso la stessa strada, anche quando avevo impegni in quella zona.

 

Anche oggi non riesce a passare di lì?

Ho sempre cercato di evitarla, usando altre vie. Ma di recente, nell’ambito di un progetto di formazione per tramandare l’esperienza della bomba atomica a Hiroshima, ci sono andato con altri membri del gruppo durante un lavoro sul campo. Prima di allora, ero stato intervistato dal quotidiano Chūgoku Shinbun e avevo camminato lungo le rive del fiume con il giornalista. Con mia sorpresa, la scena era la stessa di 68 anni prima. Oggi la riva del fiume è fiancheggiata da palazzine, ma già allora era una zona residenziale molto benestante. Probabilmente non esiste un altro luogo così vicino all’ipocentro in cui la scena sia simile a quella di allora.

Ricordo chiaramente quei giorni.

Quella notte mi fu permesso di restare a dormire a casa di un collega. La sua casa era in una zona più elevata, un po’ più lontano. Il giorno dopo tornai a casa e fui sorpreso nel vedere la strada che avevo preso poche ore prima. Le case rase al suolo erano ridotte in cenere, non ne rimaneva più nulla. C’erano resti di scheletri di quelli che si erano gettati nel fiume. Corpi carbonizzati. Corpi di persone così gonfi e tumefatti da non distinguerne neanche il sesso, disseminati sulla strada. Era tutto silenzioso, inquietante.

In seguito, sono stato colpito da diverse malattie inspiegabili. Ho due grandi cicatrici. Ancora oggi, quando sono sovraccarico di lavoro, ricompaiono e devono ricoverarmi d’urgenza in ospedale. Ho ancora paura degli effetti postumi. Sono molto attento alla mia salute.

 

Le ho chiesto principalmente del 6 agosto, ma di lì a una settimana sarebbe arrivata la fine della guerra: che cosa stava facendo durante il discorso di resa dell’imperatore Hirohito?

Non ascoltai la radio in tempo reale, ma si diffuse presto la notizia che il Giappone si era arreso. Da una parte non ci credevo, dall’altra però capivo la situazione. Durante la mobilitazione degli studenti, ero stato fra le persone vicine al colonello tecnico della marina militare a Kure ed ebbi la possibilità di entrare in contatto con un buon numero di materiale top-secret. Credo si fidassero di me ed ebbi l’opportunità di guardare quando lo volevo. Naturalmente non ne parlai a nessuno.

Per questo, non fui sorpreso come gli altri quando venni a sapere della disfatta.

Per qualche giorno dopo la fine della guerra, ci furono ancora soldati sopravvissuti che gridavano “La morte onorevole dei cento milioni” o “Resistenza ad oltranza”. Io li guardai con apatia. Perché ormai non esistevano più le navi da guerra.

 

Grande importanza agli spiriti nella formazione delle future generazioni

Non credo sia piacevole parlare di questa esperienza. Signor Hosokawa, lei fa la guida presso l’Hiroshima Peace Memorial Museum e partecipa al progetto educativo della città di Hiroshima di tramandare l’esperienza legata alla bomba atomica, ma qual è il suo stimolo?

Le persone che vengono al museo, o quelle che vengono a studiare per diventare futuri divulgatori dell’esperienza della bomba atomica, approfondiscono e leggono con zelo il manuale. Ma credo che leggere una copia facendosi ascoltare non trasmetta nulla. Per questo, racconto la mia esperienza personale con la mia voce. Il mio team del progetto educativo dà molta importanza agli spiriti.

La prima volta che i membri del mio gruppo si riunirono fu nel luogo in cui fui bombardato. Ovvero nell’immenso sito dove ora sorge la sede postale della regione del Chūgoku. Lì c’è un monumento: una parte di una scala imponente in pietra, dove io scesi reggendomi con le mani sporche di sangue. Gliela indicai, dicendo: “In questa scala ci sono tante impronte di sangue”. E poi, mentre ripercorrevamo insieme la strada fino al fiume Kyōbashi dove scappai, continuai il mio racconto.

Inoltre, mostro sempre “Chichi to Kuraseba (The Face of Jizo)” (Un film giapponese del 2004. Adattamento cinematografico dell’opera teatrale di Hisashi Inoue). Ho la videocassetta della registrazione dello spettacolo e credo che questa opera sia un materiale didattico molto valido per comprendere gli spiriti.

Il padre della protagonista Mitsue muore nel bombardamento. E ritorna sottoforma di spirito. La scuola frequentata da Mitsue è la stessa dove andava mia sorella minore.

Dopo aver ottenuto il ruolo, l’attrice protagonista Rie Miyazawa venne all’Hiroshima Peace Memorial Museum e si mimetizzò con gli altri comuni visitatori. Per sentire sulla propria pelle Hiroshima.

 

Proprio come se fosse uno spirito.

Esatto. Di solito lo racconto, mentre faccio vedere il film. Per caso mi trovai al museo e da una persona vicino mi fu detto “C’è Rie Miyazawa!”, ma quasi nessuno se ne era accorto. Perché venne senza dare nell’occhio e senza trucco. Rie Miyazawa esaminò minuziosamente ogni reperto uno per uno. La maggior parte della gente, invece, si limita a guardare l’esposizione e ad andare oltre.

 

Fanno fatica a guardare. Un tempo anch’io provavo lo stesso.

Più che guardare, vorrei che leggessero. Perché se lo facessero, sentirebbero le voci. Ad esempio, fra gli oggetti lasciati, c’è un binocolo. Sulla custodia di pelle è scritto in caratteri neri il nome del proprietario: CAPT Robert A Luis. Chissà chi era. Se guardassero ponendosi questo tipo di interrogativi, allora capirebbero molte cose.

Parlo di questo anche perché vorrei che comprendessero gli spiriti.

Ora la mia missione consiste nel progetto di trasmettere le testimonianze di chi ha vissuto la bomba atomica. Voglio comunicarle in qualche modo con il poco tempo che mi rimane.

 

Vorrei che considerassero Hiroshima una cosa personale

Nel 2011 c’è stato il terremoto del Tōhoku e poi l’incidente nucleare di Fukushima. Provo imbarazzo, ma solo in quel momento mi sono finalmente reso conto che in Giappone ci sono tante centrali nucleari. A partire da quest’ultime, Signor Hosokawa, come vede il Giappone di oggi?

Non posso discuterne dal punto di vista della politica nazionale e internazionale, ma credo che sia successo questo, perché è stata creata una cosa che non siamo in grado di controllare. E non bisogna tenere ciò che non si è in grado di gestire. Provo stima per la filosofia della politica Merkel.

 

Per finire, vuole lasciare di nuovo un messaggio per chi ascolterà questa intervista?

Io prima non volevo andare in America. Ci sono andato per la prima volta nel 2008. Quando sono salito sull’aereo della United, mi sono sentito estremamente abbattuto. Però, tutte le persone che ho incontrato in California sono state gentili. Mi hanno trattato in maniera molto friendly e ho potuto aprire il mio cuore.

Nella macchina per andare da San Francisco a Monterey ho ammirato il tramonto. Dal finestrino di destra si vedeva il grande sole rosso vivo sprofondare nel continente americano. Invece, da quello di sinistra si vedeva la luna. Per puro caso, ho vissuto l’esperienza di sentire l’America. E ho compreso come gli americani, che abitano in un territorio immenso, siano un popolo che ama la pace e composto da persone solari e amichevoli. Per questo, la mia visione dell’America è cambiata.

Ciascuno di loro è una brava persona. Tuttavia, può succedere che lo Stato possa prendere una direzione terribile. Ecco perché bisogna scegliere attentamente chi salirà al potere. In particolare, ai giovani vorrei dire di considerare la politica come se fosse una cosa personale di tutti, quando vanno a votare.

 

Così da evitare che, se si ignora la politica, un giorno il proprio paese possa trovarsi in una situazione grave.

Esatto. Vorrei che considerassero anche Hiroshima come un evento successo a tutti. Credo che la guerra sia un tipo di terrorismo nazionale. Tutti diventano pazzi. E la bomba atomica ne rappresenta l’estremo. La bomba atomica è stata sganciata su Hiroshima e Nagasaki, ma si può dire che sia stata fatta cadere sull’umanità intera.

 

Quali sono i suoi obiettivi futuri, ciò che vorrebbe continuare o che sente di dover fare?

Io non ho più tanto tempo rimasto. Anche per parlare questa forse è la mia ultima occasione. È che non so quanto mi resti. In realtà vorrei avere più tempo. Il mio obiettivo attuale è quello di educare i successori di chi ha vissuto la bomba atomica. E vorrei farlo fino alla fine. (Fine)

(Intervista di Yōhei Hayakawa/Testo di Akiko Ogawa)

L’audio di questa intervista è stato curato da Hajime Nakagawa, da tempo partner di Kiqtas per la produzione e l’editing del suono. Il testo dell’intervista è stato redatto dalla copywriter Akiko Ogawa. Cogliamo l’occasione per ringraziarli per il grande sostegno dimostratoci. Grazie mille.

25 settembre 2015

Sapienza University of Rome
Department of Oriental Studies
Master di secondo livello in traduzione specializzata
サピエンツァ・ローマ大学
東洋研究学科
翻訳研修課程

Eloisa Catena, Marta Annunziata