Memoria 4 Fusae Nakamura

Il ricordo ancora vivido della cavità d’emergenza

p1020240 Fusae Nakamura

Nata a Kure (Hiroshima) nel 1928

Parrucchiera e proprietaria del salone Ginza di Kure

Fusae Nakamura ha perso la sorella minore e la madre in un bombardamento aereo a Kure (Hiroshima). Dice di ricordare ancora bene quello che ha visto quel giorno dalla cavità d’emergenza in cui si era rifugiata, mentre fuggiva da un B-29.

Otto anni dopo il conflitto, la signora Nakamura ha aperto un salone di bellezza, ancora oggi in attività. È diventata una parrucchiera per via della guerra e il suo lavoro l’ha sostenuta durante i momenti difficili che sono seguiti…

Ho avuto una conversazione con lei al salone Ginza di Kure.

1° luglio 1945: bombardamento su Kure

──Oggi siamo in un salone di bellezza a Kure, Hiroshima. Questa attività è stata avviata da lei, signora Nakamura, vero?

Proprio così. Ho iniziato quando avevo una ventina d’anni, quindi ormai sono 60 anni. Sono nata a Kure e sono sempre rimasta qui.

──Quest’anno (2013) segna il 68mo anno dalla fine della guerra. Questo vuol dire che ha aperto questo salone otto anni dopo e ha continuato a lavorarci fino a oggi. Può dirci come ha trascorso il periodo della Seconda guerra mondiale?

La prima volta che ho avuto a che fare con la realtà della guerra, vivevo nel settimo blocco del quartiere di Hondōri (ora quarto). I bombardamenti aerei su Kure iniziarono intorno alle 10 di sera del 1° luglio 1945. Ricordo perfino com’ero vestita quel giorno.

Frequentavo il primo anno di un istituto femminile (scuola media) e portavo un’uniforme alla marinara con sotto dei pantaloni comodi monpe.

Quando è suonato l’allarme aereo, siamo scappate con una cassetta di pronto soccorso sotto la pioggia, protette da un futon. Mio padre lavorava in polizia e ci aveva dato istruzione di rifugiarsi in una cavità d’emergenza in caso di bombe semplici e in un rifugio antiaereo del nono blocco in caso di bombe incendiarie. Quella volta si trattava di una bomba incendiaria, quindi saremmo dovute andare nel rifugio antiaereo. Però c’erano così tante persone che scappavano e, seguendole, ci siamo ritrovate nella cavità.

──Quando parla di cavità d’emergenza, intende un tipo di rifugio antiaereo?

Be’, era solo un buco scavato sul fianco di una montagna. Mia madre lo aveva realizzato con il circolo femminile del quartiere. Era accessibile da entrambi i lati e vicino a uno degli ingressi c’era un pozzo. Non l’avevano interrato, così da avere acqua da bere in caso di bombardamento.

Con me sono scappate mia sorella maggiore e mia madre, con in spalla mia sorella minore, che all’epoca aveva due anni. Ma nella cavità c’era già troppa gente e non siamo riuscite a entrare.

Tutti si lamentavano della pioggia che stava cadendo. Solo dopo abbiamo scoperto che il B-29 aveva spruzzato del kerosene.

Abbiamo visto l’aereo e ci siamo nascoste sotto la tettoia di una casa vicino alla cavità. Era stata abbandonata, quindi nessuno ci viveva.

Sotto la grondaia c’erano, in ordine: una madre e una figlia scappate insieme a noi, poi mia madre con la sorellina di 2 anni, mia sorella maggiore e infine io, tutte avvolte nel futon. Su quella casa è caduta una bomba incendiaria. Il B-29 aveva volato a bassa quota, l’aveva sganciata e se n’era andato.

La madre e la figlia che si erano rifugiate con noi sono state prese in pieno dalla bomba. Mia sorella maggiore si è ustionata la gamba destra, rimasta fuori dal futon. Io, avendo metà del viso scoperto, mi sono bruciata.

In quel momento, tutti hanno cominciato a correre e si è creato un po’ di spazio nella cavità. Siamo corse dentro e mia madre è rimasta vicino all’entrata, mentre io e mia sorella maggiore ci siamo spinte più in là di 5 metri.

A scuola mi avevano insegnato che, se non si riesce a respirare, bisogna scavare un buco nella terra e infilarci dentro il viso, ed è quello che ho fatto.

Poi ho sentito mia madre chiamare il nome di mia sorella maggiore. «Mii! Mii, tesoro! Kozue (la bimba di 2 anni) non sta succhiando il latte!»

A quel punto, mia sorella minore era già morta.

Mia sorella le ha urlato di rimando: «Se non succhia lasciala stare, mamma! Perché non la metti giù ora?»

Mia madre è rimasta così sconvolta dalla morte di Kozue che si è spenta a sua volta.

 

Verso lo Shikoku con nostra madre accanto

Poi, una donna che si trovava in un altro punto si è messa all’ingresso della cavità offrendo aiuto e io mi sono avvicinata. Disse: «Ah, qui c’è una giovane. In futuro, dovrai vendicarti per quello che ci hanno fatto». Mi ha versato sulla testa l’acqua che aveva raccolto in un elmetto. Poi mi ha trascinato verso il fiume. Così sono riuscita a sopravvivere.

Nella cavità c’era anche un soldato della marina. Prima di morire ha detto: «Mamma! Scusa se me ne vado prima di te!» e poi ha cantato Umi yukaba (canzone che riflette l’impegno a servire l’imperatore).

Io sono scappata al fiume e lì sono rimasta. Vicino a me c’era un uomo e, vicino a lui, mia sorella maggiore. Era già notte quindi era buio pesto. La mattina dopo, mi sono girata e, sconvolta, ho notato che l’uomo aveva sbattuto la testa contro un muretto di pietra fino a spaccarsela e giaceva lì morto. Probabilmente aveva sofferto molto.

Mio padre è arrivato su un’autopompa, chiamando il mio nome e quello di mia sorella.

«Papà! Papà! Siamo qui!»

Poi ci ha tirate fuori dal fiume.

«E la mamma?»

«La mamma è morta.»

Tutte le persone che avevano perso la vita nella cavità d’emergenza sono state ammassate e i loro resti bruciati, perciò di lei non sono rimaste le spoglie. Ma prima mio padre le aveva tagliato una ciocca di capelli da tenere con sé come ricordo.

Siamo state tratte in salvo e portate al rifugio antiaereo del nono blocco, dove ci hanno messo a letto. Lì distribuivano del cibo e ci hanno dato delle patate bollite.

Dopo alcuni giorni, abbiamo portato i capelli di mia madre nello Shikoku, a Iyo-Nagahama, sua città natale. Prima che potessimo partire per la regione, il nostro traghetto è stato cancellato e abbiamo dovuto trascorrere la notte in una locanda vicina. Mio padre ha messo la ciocca di capelli vicino a dove dormiva. Al mattino, quando ci siamo svegliate, lui ci ha detto: «La mamma è rimasta seduta accanto a me.»

«E cos’ha detto, papà?»

«Ha detto di badare alle nostre due figlie.»

Poi siamo arrivati a Iyo-Nagahama, ma anche lì ci ha sorpreso un’incursione aerea.

La bomba è caduta su un bellissimo e maestoso ponte che si attraversava per arrivare nello Shikoku.

Forse chi abitava in casa di mia madre era già scappato, perché non c’era nessuno. Io e mia sorella maggiore ci siamo nascoste nel rifugio che si trovava dietro casa loro e ci siamo abbracciate: «Se dobbiamo morire, moriremo insieme. Mai da sole».

──Anche nello Shikoku vi siete salvate per un pelo.

Sì. Anche quando frequentavo l’istituto femminile, c’erano molti allarmi aerei e non riuscivo quasi mai a studiare.

Un giorno lanciarono dei volantini da un B-29.

Dicevano: “Sembrate stanchi, giovani giapponesi. Non temete, tra poco dormirete per sempre.”

Che sfacciati a mandarci messaggi tanto provocatori.

 

Pensavamo che il Giappone avrebbe vinto

──All’epoca la stampa diceva che il Giappone stava vincendo, anche se la situazione era piuttosto brutta. Lei cosa ne pensava?

Non ci eravamo resi conto che stessimo perdendo. Ero sicura che il Giappone avrebbe vinto. Anche mio padre la pensava così, come pure tutti gli altri.

 

Quando mia madre era morta aveva 40 anni, e mio padre 44. Seguendo il consiglio di alcuni conoscenti, lui partecipò a un incontro prematrimoniale e si risposò. La mia nuova madre era una parrucchiera.

Dopo la guerra, mia sorella maggiore è diventata un’insegnante di musica, mentre io ho deciso di seguire le orme della mia matrigna. Normalmente le ragazze si diplomavano dopo quattro anni di istituto femminile, ma io ho completato gli studi in tre e ho iniziato a dare una mano nel suo negozio.

Dopo aver studiato a Tokyo e Osaka, mio padre ha detto che ero pronta per avviare una mia attività e così, intorno ai vent’anni, ho aperto il salone Ginza. Era il 15 gennaio 1953.

──Ha parlato dell’incursione aerea di Kure del 1° luglio 1945, ma ce ne sono state altre prima di quel momento?

Sì, ce ne sono state. Quando andavamo a dormire, eravamo già vestite e accanto a noi avevamo i bagagli già pronti in caso di fuga.

──Potremmo dire che provavate un senso di incertezza verso il domani?

Non fino a quel punto. Pensavamo che il Giappone avrebbe vinto, quindi non avevamo paura. Però gli eventi del rifugio antiaereo di cui ho parlato prima sono impressi nella mia mente. Posso ancora sentire il soldato della marina cantare Umi yukaba.

Dopo aver ricevuto quelle patate al nono blocco del quartiere di Hondōri, abbiamo affittato da un amico di mio padre una casa nel quartiere di Higashiyokoro di Kure e ci siamo trasferiti lì tutti e tre.

──Il 15 agosto venne annunciata la fine della guerra. Come si è sentita in quel momento?

Abbiamo sentito il discorso dell’imperatore dall’aula magna della scuola. Poi Watanabe, il nostro professore di scienze sociali, ci ha radunate e, tra le lacrime, ha detto: «Mi dispiace di non essere riuscito a fare niente per il nostro Paese.» Stava piangendo copiosamente. Io ero solo sollevata che la guerra fosse finita.

──Si parla molto della responsabilità dell’imperatore in questa guerra. Lei a quel tempo cosa ha provato?

Non provavo alcun sentimento di odio nei confronti dell’imperatore. Era stato Tōjō Hideki la principale figura a portare avanti il conflitto. Al tempo dell’attacco a Pearl Harbor in tutto il Giappone si erano levate grida di gioia per la vittoria. Ma si trattava di un attacco a sorpresa, così è naturale vincere, no?

 

Il lavoro di parrucchiera, una fonte di sostegno

──Spesso si sente dire che la vita era più dura dopo la fine della guerra. Per lei come è stato?

Noi eravamo ancora piccole e non capivamo bene cosa stesse succedendo. Nostro padre ha iniziato a ricostruire la casa dalle macerie. Poi ha sposato una parrucchiera, quindi ha aggiunto un secondo piano per poter ospitare un salone.

Mentre aspettavamo il termine delle costruzioni, abbiamo vissuto nella casa in affitto a Higashiyokoro e poi siamo andati a casa dei genitori di nostra madre, nello Shikoku. Quando siamo tornati a Kure, era stato portato tutto via da un’inondazione. Se fossimo rimasti in quella casa saremmo morti. Era rimasto solo un sacco di sardine essiccate che penzolava vicino alle scale che portavano al piano superiore. Il tavolino da pranzo e i kimono erano stati trascinati via dall’acqua. Così ci siamo trasferiti a Nishiyokoro.

──Questo salone ha sessant’anni, ma se non ci fosse stata la guerra lei non sarebbe mai diventata una parrucchiera, giusto?

Già, lo penso anch’io. Il mio sogno era diventare una maestra. Quand’ero al quinto anno delle elementari, organizzavo i turni di pulizia dei bambini del secondo anno. A quel tempo, la maestra Komatsu, responsabile del secondo anno, mi aveva consegnato i fogli delle verifiche e quelli con le risposte. Mi aveva affidato il compito di correggerle. Segnavo le risposte giuste e sbagliate, e scrivevo i punteggi, come 80 o 90. Mi divertii talmente tanto che decisi che sarei diventata una maestra delle elementari.

Anche quell’insegnante è venuta a trovarmi nel negozio, quando ha aperto. Adesso è morta.

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──Potrebbe dirci quali sono state le difficoltà che ha affrontato dopo la guerra?

La mia nuova madre era giovane, aveva 35 anni, e a volte parlava male di mio padre con i suoi clienti. Era una sofferenza starla a sentire, quindi a 18 anni sono scappata di casa. Mi sono diretta verso la città di mia madre, Iyo-Nagahama.

Un’apprendista della mia matrigna si era sposata e viveva a Takahama, quindi sono andata da lei e sono rimasta lì per la notte. Poi mi sono diretta verso la casa di mia madre, dove vivevano mio zio e mia zia. Loro mi hanno detto di tornare indietro, per non dare un dispiacere alla mia matrigna e, anche se all’epoca il cibo scarseggiava, mia zia mi ha preparato un sacco di dolci ohagi da portare con me.

C’erano nove persone che abitavano nel salone da parrucchiera, contando le apprendiste, quindi li ho distribuiti a tutti una volta a casa. C’era anche il figlio che mio padre aveva avuto con la mia matrigna. Lui mi ha chiesto un ohagi e io gliel’ho dato. Ma lei ha detto con tono aggressivo: «Non mangiare quella roba. Te lo prepara la mamma.» Poi ha preso l’ohagi e l’ha lanciato verso l’ingresso.

Dopo questo episodio, ho deciso che non sarei rimasta e sono andata in un negozio specializzato in tagli di Osaka. Dato che una professionista di nome Andō era venuta a Kure per un corso, le avevo chiesto di prendermi con sé.

──C’è qualcosa che è stato per lei fonte di sostegno nei momenti difficili durante e dopo il conflitto?

È stato proprio il mio negozio. Ho iniziato a studiare la vestizione dei kimono a 25 anni e a mettere in pratica nel negozio quello che avevo imparato a 27. Il lavoro è la mia ragione di vita. Anche se spesso mi è capitato di piangere tra le mura di casa, lavorando non ho mai attraversato momenti difficili. Il lavoro mi ha salvata.

Voglio continuare a lavorare finché mi reggerò in piedi.     (Fine)

(Intervista di Yōhei Hayakawa / Testo di Akiko Ogawa)

* L’audio di questa intervista è stato curato da Hajime Nakagawa, da tempo partner di Kiqtas per la produzione e l’editing del suono. Il testo è stato redatto dalla copywriter Akiko Ogawa. Cogliamo l’occasione per ringraziarli del loro grande sostegno. Grazie mille.

25 settembre 2015

Traduzione a cura di
Sapienza University of Rome
Department of Oriental Studies
Master di secondo livello in traduzione specializzata
サピエンツァ・ローマ大学
東洋研究学科
翻訳研修課程
Gaia Benetti, Luca Domenichini